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Tre capolavori dell’arte “cremonese” sono stati battuti all’asta Dorotheum di Vienna lo scorso 24 aprile. Si tratta di opere di Stefano LambriVincenzo Campi Sofonisba Anguissola, le cui pregiate opere sono state proposte dalla celebre casa d’aste. Il riconoscimento delle opere è avvenuto grazie al professor Marco Tanzi che ha anche collaborato alla stesura del catalogo. Due dei tre capolavori sono stati aggiudicati, mentre è rimasto invenduto il dipinto di Vincenzo Campi. 

Il grande quadro di Sofonisba Anguissola ha segnato un vero e proprio record, partendo da una base d’asta comprersa tra i 60.000 e gli 80.000 euro, chiusa a suon di rilanci per la bellezza di 169.000 euro. Il quadro è di grande interesse, sia per l’artista, sia perchè si tratta di un’insolita opera bifacciale: sul retro un ritratto di nobildonna, forse Aloisia de Luna Moncada cognata dell’artista, a busto lungo, con indosso un abito nero ricamato; sul fronte Santa Maria Maddalena, olio su rame, 23,7 x 18,7 cm, con cornice. L’opera è databile agli anni Settanta del Cinquecento, durante il primo soggiorno dell’artista in Sicilia.  “La raffigurazione della nobildonna recto, per la quale è stata suggerita l’identificazione con la cognata dell’artista Aloisia de Luna Moncada, riflette l’influenza della ritrattistica di corte spagnola, soprattutto nell’abito di velluto nero con ricami metallici, bottoni gioiello e abiti della modella. un copricapo, simile a quello del ritratto di Doña Juana del Portogallo di Alonso Sánchez Coello, datato 1557, conservato al Kunsthistorisches Museum, Vienna (inv. n. 3127). – si legge nel catalogo della casa d’aste – L’austerità di Giovanna rifletteva la sua primissima vedovanza e pietà. Si può solo supporre che il soggetto del presente dipinto avesse un background simile. In contrasto con i ritratti di corte spagnoli a figura intera, il presente lavoro non segue la rappresentazione impersonale, senza tempo e intercambiabile, ma rappresenta un’immagine più personalizzata”. Interessante è il verso del quadro, si legge ancora nel catalogo: “Il verso di Maria Maddalena è un esempio della limitata opera religiosa di Sofonisba Anguissola. Stilisticamente è correlato alla pala della Madonna dell’Itria nella Chiesa della Santissima Annunziata a Paternò. La relazione tra le due composizioni è evidente nella somiglianza dei tratti somatici della Madonna e di Maria Maddalena, entrambi con occhi a conchiglia, nasi pronunciati e labbra piccole e spesse. Le mani sinistre dei due protagonisti sono quasi intercambiabili. Tanzi ha suggerito che la raffigurazione della Maddalena possa riferirsi o al soggetto recto o al proprietario originario del dipinto, forse Giovanni Battista Maddalena, che era notaio della famiglia di Fabrizio Moncada, primo marito di Sofonisba, che lei sposò in Sicilia”. 

Davvero interessanti i soggetti degli altri due quadri “cremonesi” in asta. Il primo di Stefano Lambri (Cremona 1595/96-Piacenza 1658) dal titolo: Tre giovani suonatori di liuto, un olio su tela con cornice di 108,5 per 136,5 stimato tra gli 80 e i 120mila euro. Il quadro proveniente dal mercato francese, è stato aggiugicato per 81.540 euro. Si legge nel catalogo: “Il presente dipinto raffigurante tre giovani suonatori di liuto, tutti elegantemente vestiti con farsetto ocra e gorgiera bianca, è un esempio significativo della ritrattistica emiliana del primo Seicento. I soggetti, forse fratelli, sono seduti attorno a un tavolo con spartiti, sullo sfondo sono visibili una pesante tenda rossa ed elementi architettonici. L’ambientazione intima, così come l’individuazione e l’abbigliamento dei ragazzi, riflettono la loro posizione sociale privilegiata e suggeriscono che quest’opera sia stata influenzata dal linguaggio pittorico del Ducato di Parma e Piacenza, fiorito culturalmente sotto il regno dei Farnese. Il triplo ritratto combina caratteristiche della ritrattistica cortese con elementi di genere, fondendo la tradizione emiliana del XVI secolo, evidente nelle opere di Gervasio Gatti o Bartolomeo Passerotti, con le innovazioni fiamminghe, evidenti nei “dipinti da concerto” di Gerrit van Honthorst o Judith Leyster”.

Attivo tra Cremona e Piacenza, Stefano Lambri, artista ancora poco studiato, rimase fedele alla tradizione artistica del tardo “Cinquecento”. Il Lambri si formò nella bottega cremonese di Giovanni Battista Trotti, detto il Malosso e di Andrea Mainardi, detto il Chiaveghino.

Il biografo e scrittore cremonese Giambattista Biffi descrisse Stefano Lambri nelle sue settecentesche “Memorie per servire alla storia degli artisti cremonesi” come ‘un eccellente liutista e violista, che cantava in falsetto con una grazia inimitabile, era molto ricercato e accolto dovunque. con giubilo’. Ciò indicherebbe che le sue capacità musicali gli hanno permesso l’accesso a circoli culturali sofisticati che gli avrebbero fruttato importanti commissioni. Infatti, quando Don Alvaro de Quiñones, governatore e castellano di Cremona, incaricò il pittore Luigi Miradori, il Genovesino di lavorare nel Castello di Santa Croce, chiedendo che fosse accompagnato da Stefano Lambri. Dal 1648 fino alla sua morte avvenuta nel 1658 Stefano Lambri visse e lavorò a Piacenza.

Invenduto invece il “Ritratto di un musicista al clavicembalo“, un olio su tavola (85X66,5) di Vincenzo Campi stimato tra i 20mila e i 30mila euro. L’opera proviene dal mercato italiano.

Questo dipinto è un raro esempio dell’attività di ritrattista di Vincenzo Campi, un settore della sua opera attualmente poco studiato. Campi è oggi conosciuto soprattutto per i suoi dipinti di genere, come Il venditore di polli, I pescivendoli, Il venditore di verdure e L’interno della cucina, tutti conservati alla Pinacotoca di Brera a Milano. – scrive Tanzi nel catalogo – Il soggetto nella presente opera è elegantemente vestito con un farsetto nero, con gorgiera bianca e polsini arruffati, mentre suona un clavicembalo, mentre si concentra sullo spettatore. L’approccio naturalistico di Vincenzo si riflette nell’individualizzazione del soggetto e quest’opera appare meno idealizzata stilisticamente se paragonata alla ritrattistica dei suoi contemporanei cremonesi Sofonisba Anguissola (circa 1532–1625) e Bernardino Campi (1522–1591).

“Accorgimenti stilistici e compositivi consentono di datare questo dipinto agli anni Sessanta o Settanta del Cinquecento e può essere paragonato al Ritratto di Giulio Boccamazzo di Vincenzo, conservato all’Accademia Carrara di Bergamo (n. inv. 81LC00083) firmato e datato 1569”.

l.b.



 

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